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tina pica
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posted 23 September 2005 16:39     Click Here to See the Profile for tina pica       Reply w/Quote


COMUNICATO STAMPA
CS109-2005

USA: DIFFUSI IN TUTTO IL PAESE I MALTRATTAMENTI E GLI ABUSI DELLA POLIZIA
NEI CONFRONTI DELLE COMUNITA' DI LESBICHE, GAY, BISESSUALI E TRANSESSUALI,
RIVELA AMNESTY INTERNATIONAL

'I poliziotti non ci sono per servire; ma per essere serviti… ogni notte
mi portano in un vicolo e mi fanno scegliere tra fare sesso o andare in
prigione.'
(una nativa americana transessuale, intervistata da Amnesty International
a Los Angeles)

Nel piu' esauriente rapporto di questo genere sinora prodotto, Amnesty
International rivela che il maltrattamento e l'abuso di persone lesbiche,
gay, bisessuali e transessuali (Lgbt) da parte della polizia negli Usa e'
ampiamente diffuso in tutto il territorio nazionale e resta largamente
incontrollato a causa di linee di condotta e pratiche scarsamente
divulgate, indefinite, non applicate o inesistenti.

'In tutto il paese, le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali
soffrono le ingiustizie della discriminazione, inganni e abusi verbali,
percosse brutali e violenze sessuali ad opera di chi e' responsabile della
loro protezione: la polizia' ha dichiarato William F. Schulz, direttore
esecutivo della Sezione Statunitense di Amnesty International. 'Alcune
persone, fra cui transessuali, persone di colore e giovani, soffrono in
maniera sproporzionata, soprattutto nei casi in cui la poverta' rischia di
farli restare senza fissa dimora, vulnerabili allo sfruttamento e meno
capaci di attrarre l'attenzione del pubblico e ottenere accurate indagini
ufficiali. Sono penose queste situazioni in cui la polizia abusa del
proprio potere per infliggere sofferenza piuttosto che prevenirla'.

Nel rapporto di oltre 150 pagine intitolato Stonewalled: police abuse and
misconduct against lesbian, gay, bisexual and transgender people in the
United States, Amnesty International si concentra su quattro citta' ­
Chicago, Los Angeles, New York e San Antonio ­ e indaga sui 50 maggiori
dipartimenti di polizia del paese, come quello di Washington D.C., sulle
politiche e pratiche riguardanti le persone Lgbt, includendo informazioni
raccolte grazie ad alcune centinaia di interviste e testimonianze. Le
conclusioni di Amnesty International indicano chiaramente che esiste un
elevato livello di cattiva condotta e abuso da parte della polizia nei
confronti dei transessuali e di tutte le persone Lgbt di colore, giovani,
immigrati, senza fissa dimora e operatrici del sesso. A volte, la sola
percezione che qualcuno e' gay o lesbica provoca aggressioni verbali o
fisiche.

Fra i maltrattamenti e gli abusi documentati nel rapporto, figurano il
rafforzamento di leggi mirate e discriminatorie contro le persone Lgbt,
come i regolamenti morali o della 'qualita' della vita'; l'identificazione
in particolare delle transessuali come operatrici del sesso; gli abusi
verbali; le pacche inopportune e le perquisizioni; il fallimento nella
protezione delle persone Lgbt trattenute nelle celle di custodia; la
risposta inappropriata o il fallimento in caso di chiamate per crimini
d'odio o abusi domestici; le molestie sessuali e gli abusi, incluso lo
stupro; gli abusi fisici, che a volte equivalgono a tortura o
maltrattamento.

Sebbene sia impossibile ottenere statistiche accurate, lo studio di
Amnesty International mostra che le persone transessuali, in particolare
le donne e i giovani, soffrono in maniera sproporzionata. Secondo quanto
riferito, una vasta percentuale di transessuali e' disoccupata o
sottoccupata, cio' rende queste persone maggiormente a rischio di restare
senza fissa dimora o di incorrere in situazioni che le espongano alle
indagini accurate e all'abuso della polizia. D'altra parte, il 72% dei
dipartimenti che ha risposto alla ricerca di Amnesty ha dichiarato di non
possedere linee di condotta specifiche per interagire con i transessuali.

Amnesty International ha accolto favorevolmente le iniziative adottate da
alcuni dipartimenti per migliorare le proprie procedure. La stazione di
West Hollywood del dipartimento dello sceriffo di Los Angeles e' dotata di
una commissione consultiva per gay e lesbiche aperta al pubblico, permette
alla polizia di conoscere le preoccupazioni della comunita'. Inoltre, la
municipalita' di West Hollywood ha istituito una task force per i
transessuali che indirizza le linee di condotta. A Washington D.C.
l'Unita' di collegamento per i gay e le lesbiche (Gllu) e' composta da
quattro agenti a tempo pieno e dieci volontari e il capo dell'Unita', il
sergente Brett Parson, riporta direttamente al capo della polizia. La Gluu
e' anche coinvolta negli sforzi che il dipartimento compie nel campo della
formazione.

Tuttavia, il rapporto di Amnesty International dimostra come nonostante
tali iniziative, i dipartimenti di polizia in tutto il territorio
nazionale debbano fare molto di piu' per proteggere le persone Lgbt.
Questo e' quanto emerso dalle risposte alla ricerca di Amnesty
International sulle linee di condotta e pratiche della polizia riguardanti
le persone Lgbt. Dei 29 dipartimenti che hanno risposto all'indagine, solo
il 31% ha istruito i propri agenti su come perquisire una persona
transessuale; i due terzi (66%) ha riferito di fornire formazione sui
crimini d'odio contro le persone Lgbt e sebbene molti dipartimenti
prevedano la formazione riguardo alle violenze sessuali (86%), circa la
meta' (52%) non include temi specifici sulle persone Lgbt.

'Gli agenti di polizia sono assunti per proteggere e servire tutte le loro
comunita', non solo quelle che loro ritengono degne,' ha affermato Michael
Heflin, direttore del programma OUTfront della Sezione Statunitense di
Amnesty International, che si occupa dei diritti umani delle persone Lgbt.
'Ogni essere umano, senza eccezione, ha il diritto di vivere libero dalla
discriminazione e dall'abuso, ma le persone LGBT in tutto il paese hanno
paura di denunciare crimini d'odio o altri abusi agli agenti di polizia,
che a volte risultano essere gli stessi autori dei crimini. Se non
possiamo contare sul rafforzamento della legge per dare l'esempio, i
crimini d'odio e la discriminazione continueranno a prosperare in un paese
che d'altronde ha fatto pochi progressi nella lotta per i diritti delle
persone Lgbt'.

Secondo il diritto internazionale, ad ognuno, senza distinzione per
l'orientamento sessuale, l'identita' o espressione di genere, deve essere
garantito il pieno godimento dei propri diritti civili, politici,
economici, sociali e culturali. Gli Usa sono uno Stato parte sia della
Convenzione internazionale per i diritti civili e politici, il principale
trattato internazionale che identifica i diritti fondamentali, come la
liberta' dall'arresto arbitrario, dalla detenzione, dalla tortura e dal
trattamento crudele, inumano e degradante, della Convenzione contro la
tortura e della Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di
discriminazione razziale.

Anche la Sezione Italiana di Amnesty International, che da anni si adopera
per combattere gravi violazioni del diritto alla liberta' dalla
discriminazione e per la tutela dei diritti delle persone Lgbt, partecipa
alla sensibilizzazione dell'opinione pubblica sui maltrattamenti della
polizia negli Usa, con specifici appelli e azioni.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 22 settembre 2005

Il rapporto Stonewalled: police abuse and misconduct against lesbian, gay,
bisexual and transgender people in the United States e' disponibile in
lingua inglese agli indirizzi: http://www.amnesty.org/ e http://www.amnestyusa.org/

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224, cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

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tina pica
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posted 12 September 2005 17:38     Click Here to See the Profile for tina pica       Reply w/Quote


Cronache da un presente infausto
«Viviamo in una società dal modello insostenibile, che disseppellisce
cose morte e le brucia come carburante. Siamo rimasti senza futuro».
Il racconto da New Orleans del grande scrittore di fantascienza
americano

di Bruce Sterling

Sono seduto all'interno dell'Austin convention center insieme a
centinaia di «evacuati» da New Orleans. Questo è un vero spettacolo.
Non assistevo a un caso di riscaldamento globale così drammatico dal
2000. Quello è stato l'anno della «grande inondazione» a Houston,
Texas: una tempesta tropicale dall'aria mite e inoffensiva si addensò
sulla Gulf Coast. Non era un uragano, solo una corona di nuvole, ma
era profondamente innaturale perché pioveva, pioveva, pioveva. A
differenza di New Orleans, Houston non è sotto il livello del mare ma,
dato un diluvio così anomalo, Houston fu sommersa ugualmente. Le
autocisterne galleggiavano sulle autostrade. I topi da laboratorio
affogavano a migliaia nei centri di ricerca degli ospedali. I profughi
texani dell'inondazione erano molto simili a questi «evacuati» della
Louisiana. Il diluvio della Louisiana è costato molti soldi, un costo
sostenuto in gran parte da assicuratori e contribuenti.

Questo accadeva cinque anni fa. Da allora non sono mancate le calamità
dovute all'effetto serra. Quando, in Francia e in Italia, decine di
migliaia di anziani sono morti di caldo in casa loro, quello era il
cambiamento climatico. Quando l'Austria è stata inondata, quando in
Francia le riserve d'acqua sono scese al livello più basso da
trent'anni a questa parte e la Spagna e il Portogallo sono andati a
fuoco, quello era il cambiamento climatico.

Questo è il cambiamento climatico. Il cambiamento è qui. Ci sono
seduto dentro, mentre scrivo per voi. Ora il cambiamento è aumentato
abbastanza da radere a zero città storiche nel volgere di una notte.
Siamo stati noi stessi a modificare il clima. Lo abbiamo modificato
con gli interruttori della luce, con le chiavi di accensione.

Houston e New Orleans sono due grandi centri dell'industria del
carburante fossile. Francamente, tutte le città del nostro pianeta
sono centri dell'industria petrolifera, dato che ogni grande città
funziona grazie al petrolio. New Orleans importa e spedisce il
petrolio proveniente da tutto il mondo, mentre Houston elegge dei
presidenti che decidono di fare la guerra per il petrolio. Tutta
questa guerra, tutta questo attivismo dell'industria non sono riusciti
a soddisfare la nostra infausta dipendenza per la sostanza fossile.

Oggi le pompe di benzina sono a corto di costoso carburante. Le
raffinerie della Louisiana sono chiuse e gli impianti petroliferi
offshore sono andati distrutti o sono stati strappati via dagli
ormeggi. Se l'avesse fatto apposta, Katrina non avrebbe potuto
schiacciare la macchina petrolifera più di così.

Viviamo in una società dal modello insostenibile, che disseppellisce
cose morte e le brucia come carburante.

Siamo rimasti senza futuro perché abbiamo scelto di vivere sul
patrimonio del passato, un passato sepolto molto in profondità.
Viviamo su un patrimonio di specie morte, siamo come netturbini. I
fossili che riposavano in pace nella crosta terrestre, letteralmente
per millenni, sono stati dissepolti e bruciati per alimentare i nostri
motori. Quando sono stati trasformati in polvere, i cadaveri non sono
svaniti. Ora li respiriamo. La carne immemorabile dei morti antichi
ora è sospesa nell'atmosfera.

Ciò che stava nella crosta terrestre senza creare problemi, è ora nei
nostri cieli, gravidi di una minaccia mortale.

Qualcosa di insostenibile non può andare avanti. I carburanti fossili
sono insostenibili. New Orleans non è andata avanti. La città del
Mardi Gras è una città fantasma. Gli abitanti sono qui, in questo
edificio, uno tra molti altri. Non hanno un aspetto particolare, non
sembrano le vittime di una maledizione vudù. Sono esattamente come
noi.

Siedo accanto a mucchi di indumenti donati, a cataste di scarpe di
seconda mano, a una piccola montagna di pannolini nuovi. Qui
funzionano gli sportelli bancomat dell'Atm, nel caso qualcuno abbia un
conto in banca e sappia come riempirlo.

Alle mie spalle, su brande disposte sul pavimento del convention
center, ci sono le persone soccorse. Avendo perso tutto, hanno
l'atteggiamento allegro, infantile, inossidabile di chi è
improvvisamente sollevato dal lavoro, dalla routine, dalle
responsabilità. I ragazzi stringono nuove amicizie e scorrazzano in
giro, lanciandosi il pallone o facendo la ruota. I genitori si fanno
coraggio come possono. Vivono di carità.

Nessuno verrà qui a far loro del male, perché la presenza della
polizia non potrebbe essere più pesante. E' una specie di paradiso, un
luogo non di questo mondo; è come un campo di concentramento dove le
guardie ti amano e sperano per il meglio. Ma è evidente che la
situazione non è sostenibile. Non può continuare. Questa è la
popolazione di una grande città, ridotta a una diaspora e spedita in
vacanza per forza. Il problema è che proprio mentre si addensano le
nubi minacciose, tutti noi immaginiamo di poter vivere così: senza
conseguenze. Danziamo sulle foglie da decenni. La nostra vita
precedente sta finendo. D'ora in poi le persone avranno paura del
cielo, e con ragione.

Questo Crepuscolo in America, avvolto dallo smog e dalla tempesta, non
è solo un problema regionale. E' un problema planetario. Quando le
ciminiere italiane vomitavano sostanze contaminanti, gettavano
anch'esse i dadi contro New Orleans. Persino mentre, in tutto il
mondo, la gente reagisce con una profusione di spettacolare
solidarietà, continuiamo tutti a vomitare affannosamente i fumi dei
morti che bruciano. Questo sudario vudù di carbone e petrolio è stato
la maledizione di New Orleans.

L'industria petrolifera e quella carbonifera sono le più grandi del
mondo. Non sono mai state più redditizie di quanto non lo siano ora,
perché i prezzi del carburante stanno salendo alle stelle e le
economie di tutto il mondo tremano. Ma i loro costi esterni - la
ferita inflittaci - sono andati aumentando anno dopo anno. Ovunque ci
siapetrolio, c'è sangue. In Austria ci sono le inondazioni, la Spagna
e il Portogallo vanno a fuoco e l'America, il principale responsabile
del danno climatico, ha appena perso una città - forse la più europea
delle sue città, dato che New Orleans ha preso il nome da Orleans ed è
più vecchia degli stessi Stati uniti. New Orleans non è l'Armageddon -
lo annuncia. E' la città del futuro effetto serra. I suoi cittadini, i
cosiddetti «evacuati» sono gli zingari modello di un mondo inondato
dalla calamità dell'effetto serra, un mondo spazzato via e affondato
da una violenza meteorologica inesorabile e in aumento. La prossima
volta potrebbe toccare alla vostra città. Magari non affogherete, ma
potreste girare un rubinetto e scoprire che non c'è acqua, oppure
girare un interruttore e restare al buio. Potreste augurarvi che la
vostra protezione civile non sia gestita da politici incompetenti. Vi
consiglio di verificarlo.

Immaginate quanto costerà ricostruire New Orleans. Ora immaginate
questo costo, su ogni anno. E' un problema semplice, di matematica
elementare: il calcolo è già stato fatto. Al tasso con cui sta
montando la violenza meteorologica, il nostro punto di svolta saranno
gli anni `60. Se le cose vanno avanti così, in quel decennio il danno
atmosferico supererà il Pil dell'intero pianeta. Le nostre città
saranno spazzate via e inondate più velocemente del tempo necessario a
ricostruirle. Il nostro pianeta avrà cessato di essere un'impresa che
paga. Avremo rovinato il nostro capitale naturale, mandato in
bancarotta l'ecosfera. E il libero mercato continuerà a privilegiare i
carburanti fossili.

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TestaDiCazzo
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posted 07 September 2005 17:09     Click Here to See the Profile for TestaDiCazzo   Click Here to Email TestaDiCazzo       Reply w/Quote


Stati Uniti d'America - 07.9.2005

New Orleans: appello di Michael Moore

Lettera di Michael Moore: "vi propongo un modo con cui ciascuno di noi può fare qualcosa OGGI per le vite di
queste persone"

Amici,
C’è tanto da dire e da fare per l’annientamento
artificiale che ha subito New Orleans, causato NON da
un ciclone, bensì dalle ben specifiche decisioni prese
dall’amministrazione Bush negli ultimi quattro anni e
mezzo. Non ascoltate chi dice che ne possiamo parlare
più avanti. No, non possiamo. Il nostro paese è in uno
stato di immediata vulnerabilità. Altri cicloni,
guerre e disastri ci aspettano, e tutto è ancora in
mano a un pigro gruppo di pazzi compiaciuti di sé.
Quindi, nei prossimi giorni vi scriverò qualcosa
riguardo a ciò che si deve fare per Bush e compagni.
Ma oggi voglio che vi uniate a me nello scavalcare la
drammaticamente inetta e incompetente amministrazione
Bush e portare aiuti DIRETTAMENTE alla gente di New
Orleans – proprio ora.

Molti di voi mi hanno scritto per chiedermi cosa si
può fare. Molti non sanno di chi fidarsi. Molti
vorrebbero fare qualcosa di più che firmare
semplicemente un assegno. Avete ragione a pensare che
firmare assegni per le organizzazioni assistenziali
non farà arrivare acqua e aiuti alle persone nelle
prossime 48 ore. Degli assegni ci sarà bisogno più
avanti, ed è più avanti, quindi, che avrà senso
mandarli.
Io però vi propongo un modo con cui ciascuno di noi
può fare qualcosa OGGI per le vite di queste persone.
Nei giorni scorsi ho lavorato con un gruppo che, ve lo
garantisco, porterà aiuti direttamente alla gente che
ne ha più bisogno.

Cindy Sheehan, la donna coraggiosa che ha osato
sfidare Bush nella sua casa delle vacanze, ha mandato
ora il suo Camp Casey, che era al ranch di Bush, ai
confini di New Orleans. I Veterans for Peace hanno
portato tutta l’attrezzatura e le squadre di volontari
e hanno montato un campo a Covington, in Louisiana,
sulla riva del lago Pontchartrain. Prendono tutto il
materiale che gli viene inviato e lo distribuiscono
personalmente a chi ha bisogno.
È qui che possiamo entrare in gioco noi. Hanno bisogno
immediato che gli mandiamo rifornimenti. Oggi hanno
bisogno di quanto segue:
piatti di carta, asciugamani di carta, carta igienica,
pannolini per bambini, latte per bambini, Pedialyte,
prodotti per bambini in generale, borotalco, crema,
fazzolettini, guanti sterili, elettroliti, scatolette
GRANDI di verdure, materiale scolastico, e qualsiasi
cosa che possa sollevare lo spirito della gente.
Per spedire queste merci seguite le istruzioni che
trovate su VFPRoadTrips.org. O potete consegnarle di
persona. Le strade per Covington sono aperte. Trovate
anche le indicazioni su come arrivare. Potete
semplicemente lasciare i rifornimenti, o potete
fermarvi a dare una mano (se rimanete, l’alloggio è
nel campeggio, quindi portatevi la tenda con le
attrezzature necessarie, e spray anti-zanzare).

Se non potete inviare aiuti o recarvi là di persona,
andate su VFPRoadTrips.org e fate una donazione
immediata attraverso PayPal. Le persone di Camp Casey
Covington avranno immediato accesso a questo denaro e
potranno acquistare loro stessi ciò di cui c’è bisogno
nei negozi aperti in Louisiana (tutte le donazioni a
favore di Veterans for Peace sono detraibili dalle
imposte).
Ogni giorno invierò informazioni sempre aggiornate su
ciò di cui c’è bisogno e sui progressi di Camp Casey.
Visitate spesso il sito MichaelMoore.com e fate ciò
che potete per dare una mano.
Molti altri gruppi stanno facendo un buon lavoro.
MoveOn.org ha inventato un sistema con cui le gente
può offrire ospitalità ai superstiti nelle proprie
case.

Non c’è tempo da perdere. La gente sta soffrendo e
morendo. Ciascuno di noi può fare qualcosa. Non ci
sono alternative.
Grazie in anticipo per il vostro aiuto. Domani, ci
preoccuperemo dell’altro lavoro che dobbiamo fare per
gli incompetenti al governo.

Il vostro
Michael Moore
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=3624



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PRESS
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posted 05 September 2005 12:38     Click Here to See the Profile for PRESS   Click Here to Email PRESS       Reply w/Quote


Katrina,un circo mediatico anti-Usa

Christian Rocca da Il Foglio

New Orleans è coperta d’acqua. Una buona parte della Louisiana e del Mississippi e dell’Alabama è in rovina. La più grande catastrofe naturale, totalmente naturale, della storia americana s’è portata via centinaia e centinaia di persone, forse di più. Gli sfollati, i senza tetto, i devastati e le vittime dell’uragano Katrina sono ancora in difficoltà. Chi senza casa, chi senza cibo, chi senza medicine, chi dipendente dalla gigantesca macchina di aiuti statale e federale. I danni sono incalcolabili, così come l’impatto sull’economia globale.

E naturalmente non sono mancati gli sciacallaggi e i saccheggi e le violenze. Katrina non ci ha risparmiato quel caos tristemente noto ogni qualvolta una piccola o grande catastrofe si abbatte sulle nostre comunità. Un caos che sembrava inimmaginabile entro i confini della nazione più potente del mondo, non solo perché, come ha detto ieri George W. Bush, i risultati delle operazioni di soccorso “non sono accettabili”, ma per il solito “difetto di immaginazione” di politici e amministratori e burocrati che la Commissione sull’11 settembre nel suo rapporto sull’attacco alle torri gemelle aveva sancito nero su bianco.

Stavolta nessuno credeva che l’impatto dell’uragano potesse essere così devastante, nessuno pensava che gli argini del Lago Pontchartrain potessero sbriciolarsi. E’ tutta qui la spiegazione della tragedia. Una tragedia che secondo gli esperti avrebbe potuto provocare centinaia di migliaia di morti, se i piani di evacuazione non fossero scattati per tempo. Solo che sono scattati in tempo. Eppure sui giornali, specialmente su quelli italiani, spalleggiati dal sempre più inacidito New York Times e dalla galassia di blog radicali ed estremisti d’America, si è approfittato della tragedia per inscenare un disgustoso e ripugnante spettacolo di antibushismo, se non di antiamericanismo.

Un fenomeno di sciacallaggio ideologico e di saccheggio intellettuale, pari a quello che in queste ore sta ulteriormente martoriando New Orleans, forse peggiore visto e considerato che non è motivato dallo stato di necessità ma da un micragnoso calcolo politico. Gli articoli e i titoli dei giornali sono lì, a disposizione di tutti, con in neretto le solite firme dell’antiamericanismo made in Italy. E anche la più americana, la più informata e la più equilibrata di tutte, quella di Gianni Riotta, stona un altrimenti ottimo commento con la preoccupazione non preoccupante che gli Stati Uniti siano guidati da un presidente che divide. No, semplicemente sono guidati da un presidente che i compagnucci radical chic non accettano, non sopportano, non digeriscono. Che cosa abbia fatto Bush in questo caso per dividere, a parte leggere i giornali liberal che dividono mica male accusandolo di ogni empietà, non è dato saperlo. Anzi risulta che abbia arruolato Bill Clinton, piuttosto.

Per il FT, Bush era preparato Così, mentre il compassato organo dell’establishment finanziario liberal, il Financial Times, titola a tutta pagina “Bush agisce per attenuare la crisi di Katrina” e all’interno spiega con precisione che “Bush era preparato ad affrontare l’uragano”, sulle gazzette nostrane (e americane liberal) si assiste a un carnevale di accuse alla Casa Bianca non solo e non tanto per le operazioni di prevenzione e di soccorso, ma addirittura di essere la causa prima, diretta e scatenante la forza distruttiva di Katrina.

Le firme sono le solite: il fenomenale Zucconi detto Zuccopycat e d’ora in poi Zuckyoto, il neo-metereologo Ennio Caretto, il novello borghese Riccardo Barenghi, per restare soltanto ai grandi giornali. Repubblica ieri ha pubblicato anche due pagine di Howell Raines, il più disastroso direttore della storia del New York Times, solo pochi mesi fa costretto a ignominiose e scandalose dimissioni per aver coperto le truffe giornalistiche di un suo pupillo e per averle coperte con l’obiettivo ideologico di proteggere una legge totem per la sinistra liberal. Secondo Raines e i suoi discepoli italiani è tutta colpa di Bush.

Senza di lui, non ci sarebbe stato nessun uragano. Senza di lui, Katrina avrebbe risparmiato New Orleans e gli argini del lago avrebbero certamente retto. Senza la sua sporca guerra in Iraq, in Louisiana tutto sarebbe filato liscio come l’olio. Bush non ha programmato nulla. Bush è in vacanza. Bush ha abbandonato il sud a se stesso. Bush ha inviato la Guardia nazionale in medio oriente. Bush ha trasformato l’America in Terzo mondo e, non contento, ogni giorno si adopera per far retrocedere anche l’Iraq. Il mantra dell’operazione mediatica italiota, come se davvero un battito d’ali a Roma potesse avere effetti a Washington, ripete che la tragedia provocata dall’uragano Katrina sia una vendetta, una rivincita della natura contro le politiche del presidente, di questo presidente.



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PRESS
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posted 01 September 2005 19:29     Click Here to See the Profile for PRESS   Click Here to Email PRESS       Reply w/Quote


Da Repubblica on line:

Evacuazione totale, via ai soccorsi

di DANIELE MASTROGIACOMO


NEW ORLEANS - Insieme all'acqua stanno crescendo anche la rabbia e
l'anarchia nella città sommersa. Decine di negozi sono stati saccheggiati
nel French Quarter e nel resto della città da folle di sciacalli. A Biloxi,
nel Mississippi, un casinò devastato dall'uragano è stato preso d'assalto da
una banda di individui che ha svuotato le slot-machine. Nella maggior parte
dei casi folle di disperati hanno preso d'assalto i negozi incustoditi
infilando nei grandi sacchi della spazzatura vestiti, viveri, gadget
elettronici. I più organizzati sono giunti con grandi contenitori di
plastica in grado di galleggiare sull'acqua sporca che in molti quartieri è
almeno all'altezza della cintura.

L'uragano Katrina è stato implacabile. Si è fermato sul Golfo del Messico,
ha raccolto dalle acque caldissime tutte le sue energie, si è gonfiato di
onde alte 7 metri, armato di un vento da 320 chilometri all'ora e ha poi
rovesciato tutta la sua violenza sulle coste della Louisiana e del
Mississippi. Ha scaraventato milioni di litri di acqua salmastra assieme a
raffiche di vento che con i metri sono diventati tempeste e poi tornado e
poi uragani. È durato 12 ore. Ricorda Doc: "Eravamo tutti nel rifugio. In
silenzio. Nessuno osava parlare. Poi è arrivato. Il rumore faceva paura.
Sembrava un tuono ininterrotto. Urlava, cupo, sordo. Scuoteva e faceva
vibrare tutto. Noi restavamo in silenzio, stretti gli uni agli altri.
Eravamo rimasti, nonostante gli appelli. Ci avevano dato una possibilità.
Avremmo potuto fuggire come tanti altri. Ma non sapevamo dove andare e poi
lasciare le nostre cose, la nostra casa, le nostre terre. Sono nato qui e
qui, se Dio voleva, sarei morto. Ha iniziato a soffiare verso le 4 di notte.
Ha smesso alle 5 del pomeriggio di lunedì. Quando siamo usciti, non siamo
riusciti a dire una sola parola. Ci guardavano attorno, era tutto distrutto.
Pioveva ancora. Ma le luci del tramonto, con il rosso del sole che si
perdeva verso ovest, ci facevano vedere uno spettacolo che ho visto solo in
tv e al cinema".

Centinaia, forse migliaia di camion allestiti per riparare i cavi
dell'elettricità, scendono verso il sud sconvolto. Iniziano dal cuore
dell'Apocalisse, a New Orleans, nella "Big easy" ora isolata dal resto del
mondo con un cordone della guardia nazionale. Sarà un lavoro lungo,
difficile, reso ancora più complicato dai metri e metri di acqua che hanno
sommerso l'80 per cento degli edifici, come sentenzia alla radio, con voce
rauca e sommessa, il sindaco Ray Nagin. Per ricominciare a vivere, per
ridare fiato ad una terra nata nell'acqua e sommersa dall'acqua, bisogna
riattivare l'energia elettrica in migliaia di paesi, villaggi e contrade.

Abbiamo più volte percorso la "12" e la "10", le due freeway che procedono
parallele alla costa, da Sliddel, a est, fino a Lafayette, a ovest. E
ovunque abbiamo trovato i segni della distruzione. Dopo essersi abbattuta
nel massimo della sua potenza su New Orleans, "Katrina" ha piegato la sua
corsa verso nord ovest. Ma è stato sulla costa, dove il Mississippi apre il
suo delta verso il Golfo del Messico, che ha seminato morte e distruzione.
Entrambe le grandi arterie che attraversano la Louisiana, sono tappezzate di
alberi e detriti. Ma anche camion, auto rovesciate, barche schiacciate sulla
fila dei grandi abeti e pini piegati a loro volta fino a terra. Nella sua
folle corsa, l'uragano si è caricato di nuove armi. E con queste ha travolto
tutto quello che si trovava davanti. Le strade, interrotte dai tronchi, dai
pali in legno dell'energia elettrica, dai tralicci dell'alta tensione, sono
rimaste bloccate per due giorni.

La gente della Louisiana ha reagito come è stata da sempre abituata a
reagire. Ha sfoderato le grandi seghe a motore, ha preso pale e picconi,
martelli. Ha tirato fuori i trattori dai capannoni, le ruspe, i fedeli
pick-up. Ha recuperato le vecchie lance con i motori a ventola, le piccole
moto a quattro ruote, i generatori arrugginiti. Ma lo ha fatto con ordine,
criterio. Senza farsi aggredire dal panico e dall'ansia. Quando i ragazzi di
Doc ci fanno uscire da quella che era la "Big easy", a bordo delle loro
lance, scivolando silenziosi nel dedalo di canali e coperti dai boschi di
mangrovie, gli alberi abbattuti sulle freeway erano già stati tagliati.
Sull'asfalto, tappezzato da un prato di foglia e di erba, strappata come una
falciatrice dalla furia di "Katrina", restavano i detriti e i grossi fili
elettrici dell'alta tensione. I percorsi sono una gimcana, interrotti spesso
da buche che in alcuni punti diventano voragini e poi laghetti.

Ieri è stata decisa l'evacuazione totale della città. Il Superdome, il
grande stadio dove avevano trovato rifugio a migliaia, è stato svuotato.
Così anche le prigioni. Oltre 7.000 detenuti in carceri dell'area di New
Orleans sono stati trasportati in battelli e in autobus verso altri centri
di detenzione. La decisione di evacuare i detenuti è stata presa perché
nelle prigioni manca l'elettricità e l'acqua.

(1 settembre 2005)

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posted 01 September 2005 16:54     Click Here to See the Profile for info   Click Here to Email info       Reply w/Quote


http://www.latimes.com/news/nationworld/nation/la-na-superdome1sep0 1,0,4489032.story?coll=la-home-headlines

Dal Los Angeles Times:
Nel Superdome di New Orleans si sta alla disperazione. I bagni traboccano non solo di feci, ma di fiale di crack rotte. La gente fa i bisogni ovunque. Non c'è acqua né cibo. C'è sangue sulle pareti.
Tre persone sono state violentate, tre i morti tra cui un suicida. Il Superdome è un inferno terribile.

Per chi sa l'inglese ecco l'articolo:

Trapped in an Arena of Suffering
* 'We are like animals,' a mother says inside the Louisiana Superdome, where hope and supplies are sparse.
By Scott Gold, Times Staff Writer
NEW ORLEANS — A 2-year-old girl slept in a pool of urine. Crack vials littered a restroom. Blood stained the walls next to vending machines smashed by teenagers.
The Louisiana Superdome, once a mighty testament to architecture and ingenuity, became the biggest storm shelter in New Orleans the day before Katrina's arrival Monday. About 16,000 people eventually settled in.

By Wednesday, it had degenerated into horror. A few hundred people were evacuated from the arena Wednesday, and buses will take away the vast majority of refugees today.
"We pee on the floor. We are like animals," said Taffany Smith, 25, as she cradled her 3-week-old son, Terry. In her right hand she carried a half-full bottle of formula provided by rescuers. Baby supplies are running low; one mother said she was given two diapers and told to scrape them off when they got dirty and use them again.
At least two people, including a child, have been raped. At least three people have died, including one man who jumped 50 feet to his death, saying he had nothing left to live for.
The hurricane left most of southern Louisiana without power, and the arena, which is in the central business district of New Orleans, was not spared. The air conditioning failed immediately and a swampy heat filled the dome.
An emergency generator kept some lights on, but quickly failed. Engineers have worked feverishly to keep a backup generator running, at one point swimming under the floodwater to knock a hole in the wall to install a new diesel fuel line. But the backup generator is now faltering and almost entirely submerged.
There is no sanitation. The stench is overwhelming. The city's water supply, which had held up since Sunday, gave out early Wednesday, and toilets in the Superdome became inoperable and began to overflow.
"There is feces on the walls," said Bryan Hebert, 43, who arrived at the Superdome on Monday. "There is feces all over the place."
The Superdome is patrolled by more than 500 Louisiana National Guard troops, many of whom carry machine guns as sweaty, smelly people press against metal barricades that keep them from leaving, shouting as the soldiers pass by: "Hey! We need more water! We need help!"
Most refugees are given two 9-ounce bottles of water a day and two boxed meals: spaghetti, Thai chicken or jambalaya.
One man tried to escape Wednesday by leaping a barricade and racing toward the streets. The man was desperate, National Guard Sgt. Caleb Wells said. Everything he was able to bring to the Superdome had been stolen. His house had probably been destroyed, his relatives killed.
"We had to chase him down," Wells said. "He said he just wanted to get out, to go somewhere. We took him to the terrace and said: 'Look.' "
Below, floodwaters were continuing to rise, submerging cars.
"He didn't realize how bad things are out there," Wells said. "He just broke down. He started bawling. We took him back inside."
The soldiers — most are sleeping two or three hours a night, and many have lost houses — say they are doing the best they can with limited resources and no infrastructure. But they have become the target of many refugees' anger.
"They've got the impression that we have everything and they have nothing," 1st Sgt. John Jewell said. "I tell them: 'We're all in the same boat. We're living like you're living.' Some of them understand. Some of them have lost their senses."
Thousands of people are still wading to high ground out of the flooding, and most head for the Superdome. Officials have turned away hundreds.
"The conditions are steadily declining," said Maj. Ed Bush. "The systems have done all they can do. We don't know how much longer we can hold on. The game now is to squeeze everything we can out of the Superdome and then get out."
New Orleans Mayor C. Ray Nagin said Wednesday that more than 100 buses were staged outside the city for today's evacuation. He had asked officials in Baton Rouge and Lafayette, La., to send all of their school buses — about 500 — to New Orleans. If all of the buses make it into the city, Nagin said, the Superdome could be cleared out by nightfall today.




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terzo mondo
by io Thursday, Sep. 01, 2005 at 4:14 PM mail:


katrina ha svelato al mondo intero la realtà degli USA, guardate chi sono i disperati nello sadio, nelle case, per le strade...sono neri!I poveri!
gli altri , i ricchi, i privilegiati son scappati...
poi ti raccomando bush, i vari governatori che invitano a pregare........



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anche un bambino stuprato
by ..... Thursday, Sep. 01, 2005 at 4:23 PM mail:


dice tre persone stuprate, tra le quali un bambino(a).....



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Basta con la violenza negli stadi
by Beppe Pisanu Thursday, Sep. 01, 2005 at 4:40 PM mail: pisanu@governo.it


Basta con la violenza negli stadi!
ma cazzo, 'sti "ammerigani" si vantano di essere i meglio del mondo e poi non hanno nemmeno un decreto anti-violenza come qui da noi.

Un impegno concreto:un pisanu in ogni stadio del mondo!


**************


New Orleans: dopo Katrina regna l'anarchia
by hal Thursday, Sep. 01, 2005 at 2:12 PM mail:

I reduci dell'uragano Katrina stanno evacuando New Orleans mentre le autorità fronteggiano un'ondata di illegalità e disperazione tra chi è rimasto nella città allagata e dall'aspetto spettrale.

Il sindaco Ray Nagin ha dichiarato la legge marziale e ordinato alla polizia di sospendere le ricerche e i soccorsi per concentrarsi sui casi dilaganti di violenze e saccheggi.


"Faremo quel che occorre per riportare la legge e l'ordine nella nostra area", ha detto ai giornalisti il governatore Kathleen Blanco. "Sono furiosa. E' intollerabile", ha dichiarato.


Colpi di arma da fuoco sono risuonati più volte in città, dove sono stati appiccati dei roghi e saccheggiatori sono entrati in negozi, case, ospedali e uffici governativi, rompendo finestre e porte, per poi fuggire via con tutto quanto riuscivano a portare con sé.


Continuano intanto le operazioni di recupero dei circa 20.000 intrappolati nel Superdome, lo stadio di calcio che avrebbe dovuto servire da rifugio e che invece è stato travolto dalla furia della tempesta.


Un convoglio di 300 autobus ha iniziato a traghettarli, tra tensioni e spintoni, verso l'Astrodome di Houston, a 560 chilometri di distanza.


Il sindaco stima che ci vorranno dalle 12 alle 16 settimane prima che i residenti torneranno in città. Un milione di persone è fuggito da New Orleans prima dell'arrivo di Katrina. Ma l'ex sindaco Sidney Barthelemy stima che ancora 80.000 siano intrappolati nella città.


Imprecisato anche il numero dei morti. La senatrice della Louisiana Mary Landrieu ha detto di aver appreso che tra 50 e 100 persone sono morte a New Orleans.


In Mississippi, il bilancio dei morti è salito a 200 e il governatore Haley Barbour ha descritto la scena come "la più grande devastazione che io abbia mai visto".


Centinaia di persone sono morte in Louisiana e Mississippi dopo il passaggio di Katrina sul Golfo Usa lunedì con venti a 225 chilometri orari e precipitazioni che hanno portato acqua fino a 9 metri d'altezza.


Il presidente Usa George W. Bush ha sorvolato l'area ieri e ha parlato di uno dei "peggiori disastri naturali della storia della nostra nazione", aggiungendo che per recuperare ci vorranno anni.


L'amministrazione Bush ha dichiarato lo stato di emergenza per la salute pubblica, nel timore di epidemie, e sta lavorando con il Congresso per un provvedimento legislativo di emergenza che consenta di far fronte alle conseguenze del disastro che secondo alcuni funzionari potrebbero eguagliare quelli degli attacchi dell'11 settembre.


La tempesta ha avuto un impatto anche sul rialzo dei prezzi della benzina. Nella regione colpita dall'uragano si produce circa un quarto del greggio e del gas della nazione.


L'amministrazione Usa ha detto che ricorrerà alle riserve di petrolio strategiche della nazione per compensare le perdite nel Golfo del Messico, dove la tempesta ha fermato la produzione. Almeno 20 piattaforme petrolifere e impianti sono dispersi nel Golfo o affondate.

ANARCHY IN NEW ORLEANS




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...
by AK-47 Thursday, Sep. 01, 2005 at 2:34 PM mail:


dio benedica quei esagitati



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la lezione della natura...
by necroclerico Thursday, Sep. 01, 2005 at 2:35 PM mail:


un'occasione per riflettere?

spero che da questo disastro almeno nasca qualcosa di buono. Una maggiore consapevolezza degli Statunitensi riguardo ai problemi ambientali, visto che hanno riconfermato e avallato con il secondo mandato la politica di rapina ed ecocidio del sig. George.

secondo: case senza luce, senza acqua, paura e saccheggi. Speriamo che, dopo averli provati, i cittadini USA si rendano conto cosa hanno provato e stanno provando gli iracheni, gli afgani, e hanno sperimentato i cittadini di Falluja e Baghdad. Speriamo che si rendano conto cosa significa vivere nella precarietà più assoluta, senza sicurezze, e meditino sulle prossime cose da fare.

Mandare a casa i banditi che controllano il Pentagono e la Casa Bianca. Perché questa volta è stata "colpa della natura", l'Iraq purtroppo è una cosa voluta.

Per il resto auguro loro di risanare le proprie ferite e iniziare a preoccuparsi di quelle che infliggono al resto del mondo "non civilizzato/non occidentale/non allineato".




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media whores
by Piera Thursday, Sep. 01, 2005 at 2:36 PM mail:


Peggio che a Cernobyl.

Se una New Orleans non dotata di piani di evacuazione, cancellati da Bush nel 2003 fosse successe in Russia

vi immaginate gli strilli e gli ammaestramenti dei nostri giornalisti whores ?



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Cerco precisazione
by Io Thursday, Sep. 01, 2005 at 2:46 PM mail:


Scusa Piera, dove hai trovato le notizie in merito alla cancellazione dei piani di evacuazione da parte della amministrazione Bush? Mi interessa...e comunque se il paese più potente del mondo non riesce a far fronte ad un disastro annunciato come quello...poveri loro! Non hanno ancora capito che chi li governa è interessato solo hai propri interessi...se lo ricorderanno quando dovranno tornare a votare?



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MA QUALE ANARCHIA...MAGARI CI FOSSE STATA !
by fahreneit Thursday, Sep. 01, 2005 at 3:40 PM mail:


Insomma, per l'ennesima volta viene usata la parola "anarchia" invece di caos, disordine, distruzione, e nessuno si alza in piedi a protestare contro questa sanguinosa ignoranza ? Senza farla tanto lunga (le riviste anarchiche serie non mancano, per chi vuole aggiornarsi), in una società anarchica questo non sarebbe successo, semplicemente perchè non ci sarebbe stato nessuno così imbecille da costruire una metropoli SOTTO IL LIVELLO DELL'ACQUA ! L'oligofrenico redento GWBush non avrebbe potuto dire, sostanzialmente "si salvi chi può", e come sembre "in culo a chi non può, affogate come cani, noi abbiamo da fare in Iraq". Scusate lo sfogo, ma almeno facciamo rispettare la parola anarchia, se non riusciamo a capirne il significato.



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eeeeeeeeeeeeeeee
by eeeeeeeeeee Thursday, Sep. 01, 2005 at 3:58 PM mail:


contro i re e i tiranni scoppiava nella via....



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anarchia
by carlo.v Thursday, Sep. 01, 2005 at 4:01 PM mail:


un profondo cambiamento, una rivoluzione, comporta un momento di passaggio, segnato quasi sempre da violenza, comunque da caos, disordine, rottura di equilibri e sicurezze,
al quale sempre segue un ovvio, più o meno graduale assestamento su nuovi equilibri.
l'anarchia è intesa come momento successivo, quello del nuovo equilibrio, quando la società si riorganizza su basi libertarie, socialiste, antiautoritarie...
quante volte bisogna dirlo!



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anarchia non è anarchismo
by dav Thursday, Sep. 01, 2005 at 4:39 PM mail:

anarchia in italiano significa caos
dopodichè in italia si è usato come termine anche per indicare l'idea di società senza stato
in realtà sarebbe anarchismo il termine giusto
non per nulla in spagnolo si usa anarquismo e non anarquia
per indicare l'idea
ora non è per far le pulci ma in italiano usare anarchia per indicare caos è giusto
non si può biasimare chi usa il termine anarchia in tal senso
(lo dico senza polemiche)



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veramente
by x Thursday, Sep. 01, 2005 at 4:44 PM mail:


veramente c'è anarchia significa senza guida..senza potere...insomma c'è la A privativa....



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http://italy.indymedia.org/news/2005/09/863463_comment.php#863500

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posted 31 March 2005 19:15     Click Here to See the Profile for info   Click Here to Email info       Reply w/Quote


Ora anche gli americani boicottano la Coca Cola
Il circuito dei "college" Usa scende in campo nella lotta contro la multinazionale

by Liberazione 29 Marzo 2005, pag. 4


Si prepara un anno durissimo per la bevanda più famosa del mondo. A dirlo è Amit Srivastava, portavoce dell'India Resource Center, in partenza per una tournée statunitense che lo condurrà in alcuni fra i campus più famosi del
paese. Nella campagna internazionale contro la Coca Cola si schiera infatti un pezzo da novanta: il circuito degli studenti dei college americani che, negli anni passati, ha impugnato l'arma del boicottaggio per riportare le
corporation a più miti consigli. Srivastava è chiamato a raccontare la storia degli indiani per ricollegarla a quella degli impianti di imbottigliamento situati in Colombia, dove i sindacalisti vengono fatti
fuori con il silenzio-assenzo dei padroni delle bollicine.

Pezzi da novanta, appunto. In testa c'è la mitica Università del Michigan:
39mila studenti con un notevole potere di influenzare le scelte commerciali del senato accademico in materia di fornitori. Riuniti in assemblea, gli studenti del campus diventato famoso per avere capeggiato il boicottaggio
contro la Nike negli anni Novanta, sono decisi oggi a imporre ai fornitori un codice di condotta rispettoso dei diritti umani, sindacali e ambientali.
Come altri sei college statunitensi, anche l'Università del Michigan ha risposto alla richiesta di aiuto proveniente dal sindacato colombiano Sinaltrainal che ha già perso sul campo ben otto attivisti, giustiziati dai gruppi paramilitari fin dentro gli impianti di imbottigliamento come è accaduto a Isidro Gil nel 1996.

La campagna di boicottaggio, lanciata da organizzazioni come United Students against Sweatshop (letteralmente, studenti uniti contro le fabbriche del sudore) e dalla Killer Coke Campaign (www. killercoke. org), si sta
allargando: Hofstra University, Georgian Court University, Union Theological Seminary, Smith College, Haverford College, Swarthmore College. Alla New York University, dopo un accesissimo dibattito nel quale è intervenuta anche
Lori Gorge Billingsley in rappresentanza della compagnia di Atlanta, il Comitato universitario studentesco ha finito con l'approvare il boicottaggio. Il senato accademico ha ammorbidito la posizione dell'università prendendo tempo fino al 20 aprile «affinché la compagnia faccia chiarezza sulla situazione in Colombia» prima di accogliere la
richiesta degli studenti di cancellare la Coca Cola dai fornitori ufficiali.
Dall'altra parte dell'Hudson, gli studenti della meno prestigiosa Rutgers University del New Jersey - che vanta comunque una popolazione di 51 mila ragazzi - chiedono la cancellazione di un contratto da 10 milioni di dollari. Anche qui il consiglio di facoltà prende tempo ma, visto che il contratto scade a maggio, la decisione è imminente.

Nel frattempo Javier Correa, presidente del Sinaltrainal, gira i campus per raccontare un decennio di violenze a danno dei sindacalisti impegnati a migliorare le
condizioni di lavoro all'interno degli stabilimenti colombiani.

Ma è nella già citata Università del Michigan che la campagna prende i contorni di una mobilitazione davvero globale. Qui vengono raccolte tutte le accuse a carico della compagnia: dalle violenze sui sindacalisti colombiani
alle denuncie di sfruttamento del lavoro minorile in El Salvador, dalla mancata assistenza sanitaria per i lavoratori siero-positivi in Sudafrica all'obesità infantile dei bambini americani, passando per una politica della distribuzione che, solo nel Lazio, mette a rischio ben 75 aziende - come denunciato dalla Federazione italiana dei grossisti e dei distributori di bevande.

Ed è qui che viene cucito il raccordo con l'altra grande campagna internazionale, diffusa soprattutto in Asia e nel Nord-Europa, quella lanciata dal movimento indiano.

In India la Coca Cola è rientrata nel 1993 dopo un bando durato 16 anni e si è subito data da fare per recuperare il tempo perduto. I suoi impianti, che lavorano a pieno ritmo captando acqua sempre più in profondità - sono
necessari nove litri per produrre un solo litro di Coca - hanno prosciugato 260 pozzi lasciando senz'acqua interi villaggi. In Kerala, nel sud dell'India, la mobilitazione popolare ha costretto il governo dello stato a
chiudere uno stabilimento, dopo che le reiterate richieste di rimediare alla catastrofe ambientale e sanitaria erano state disattese. In Rajastan, dove le autorità sanitarie hanno trovato tracce di pesticidi nelle bevande
confezionate, la vendita della Coca Cola è stata sospesa di fronte al rifiuto della corporation di fare chiarezza sui contenuti della bevanda, come richiesto dalle autorità locali. A Mehdiganj, vicino Benares, le falde
si sono esaurite e i campi intorno allo stabilimento, definitivamente inquinati, non sono più coltivabili. Stessa cosa è accaduta a Singhchancher, nell'Utar Pradesh.

La rivolta guidata dalle donne dei villaggi è stata
ripresa da giuristi, parlamentari, scienziati e scrittori indiani scandalizzati dall'arroganza della multinazionale che si è sempre rifiutata di prendere provvedimenti o anche soltanto di fornire spiegazioni alle autorità.

Ecco quindi spiegato l'entusiasmo degli attivisti indiani nel constatare che la loro lotta, inizialmente solitaria, si connette con quella colombiana per articolarsi in una campagna globale. Il 19 aprile, nella riunione degli
azionisti della Coca Cola che si terrà a Wilmington, in Delaware, contadini indiani e sindacalisti colombiani manifesteranno insieme agli studenti americani con il sostegno di tutti quelli che, nel mondo, aderiscono alla
campagna: dalle università - come in Canada, Irlanda e Italia - ai sindacati - come il britannico Unison, che lancia una settimana d'azione diretta.

Come la prenderanno i fautori della crociata contro la Terza Università di Roma che aveva osato accogliere la richiesta degli studenti di sostituire la controversa bevanda con prodotti più sani e solidali? Le accuse di
anti-americanismo hanno spinto il rettore Guido Fabiani a fare marcia indietro per garantire alle 42 mila persone che circolano nell'ateneo il sacrosanto diritto di accedere alle famose macchinette distributrici - quelle stesse che stanno provocando la crisi nel settore della distribuzione
- ma la mobilitazione italiana contro la Coca è tutt'altro che sconfitta.

Secondo il sillogismo che va per la maggiore chiunque osi criticare uomini o merci made in Usa è affetto da odio ideologico in odor di guerra fredda.
Proibito fare distinzioni: chi se la prende con Bush aborrisce l'America e tutto ciò che di bello e di buono ha dato al mondo. E ora che il boicottaggio contro la Coca Cola si allarga a macchia d'olio nei campus statunitensi - quelli stessi che hanno buttato giù l'apartheid sudafricano e costretto la Nike ad aumentare i salari - cosa diranno gli americanisti a oltranza? Le accuse di anti-americanismo sono spuntate ma distinguere fra loro - i cattivi studenti e i buoni che siedono alla Casa Bianca - è vietato. Ricordate?

O li si ama o li si odia in blocco, senza distinzioni.
Forse i pennivendoli nostrani saranno costretti a mostrare rispetto per una forma di lotta politica non-violenta tipicamente americana: boicottare le merci per costringere i produttori a riformare la politica industriali anche
in assenza di normative adeguate - come avviene in Colombia - o quando agiscono in aperta violazione delle norme vigenti - come in India.


di Sabina Morandi

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CorriereDellaPera
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posted 29 March 2005 17:10     Click Here to See the Profile for CorriereDellaPera   Click Here to Email CorriereDellaPera       Reply w/Quote


Brandenn Bremmer R.i.P.

Dramma del piccolo genio, suicida a 14 anni.Un QI di 178. A soli 18 mesi imparava a leggere, compositore precoce e già laureato. Ignoti i motivi del gesto estremo

WASHINGTON - Il QI non sbaglia: se si raggiunge il livello 130 si è molto intelligenti, a 150 si è classificati geniali. Brandenn Bremmer a cinque anni aveva fatto il test e aveva ottenuto il punteggio di 178. La sua vita sembrava tutta in discesa. Invece, a 14 anni, il suicidio.

È finita così, nel modo più tragico, la vita di uno dei tanti bambini-prodigio, incapaci di confrontarsi con un mondo che esige normalità e conformismo. Brandenn, stando a quanto dicevano gli psicologi che si erano occupati del suo caso, aveva mostrato in passato di sapersi integrare. Sapeva socializzare, era simpatico, non mostrava di guardare il suo prossimo dall'alto, con presunzione e superbia. La sua faccetta, piena di efelidi, pareva allegra. Ma poi qualcosa non ha funzionato. Forse la fine dell'università. Forse il passaggio all'adolescenza. Comunque sia, Brandenn ha preso la pistola e si è sparato alla tempia. Come riferiscono i giornali locali, è stato trovato, con un proiettile in testa, dai genitori nella casa di campagna a Venango (Nebraska). È stato trasportato d'urgenza al Children's Hospital di Denver ma è morto dopo alcune ore.

La foto più significativa che ritrae questo piccolo genio è quella del diploma alla fine del liceo, a 10 anni. Chiamato a pronunciare il discorso per la sua 'graduation', è praticamente nascosto dal massiccio podio di legno. Si vedono solo gli occhi.
Eppure il mondo per tanti versi non era troppo grande per lui, semmai era troppo piccolo. A 18 mesi già sapeva dire tutte le lettere dell'alfabeto. A due anni leggeva e mandava a memoria i libri di fiabe. I suoi genitori pensavano che fosse opportuno cercare di fargli fare un normale curriculum scolastico, ma non fu possibile. Come dice la psicologa Linda Silverman sarebbe stato sbagliato o quanto meno inutile imporgli una falsa normalità: «I bambini-genio non seguono una traiettoria naturale. Se cerchi di dare loro la normalità, li distruggi».

Così Brandenn si mise a studiare a casa, dove i suoi genitori allevavano cani, con l'aiuto di vari tutor. A sei anni aveva già conseguito il diploma per entrare alla high school. A dieci la maturità e poi la scelta del college, resa difficile anche dal fatto che la famiglia non aveva grandi disponibilità economiche. Vincere una borsa di studio, per il piccolo genio, non è stato però un problema. L'università da cui è uscito laureato a pieni voti, era quella del Nebraska, dove naturalmente era il più giovane allievo. Brandenn divorava ogni materia. Impiegava circa una settimana per fare gli studi che un ragazzo normale completava in un semestre. Ma era anche un temperamento d' artista, in particolare un musicista. Aveva cominciato a suonare a orecchio. A tre anni già si cimentava col pianoforte. A quattro anni era in grado di suonare sinfonie e ben presto cominciò a collezionare premi. Più grandicello, è diventato compositore pubblicando un Cd di successo. Stava lavorando al secondo Cd quando si è tolto la vita.

www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/03_Marzo/19/genio.html

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PRESS
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posted 10 December 2004 15:07     Click Here to See the Profile for PRESS   Click Here to Email PRESS       Reply w/Quote


USA: SPARATORIA A CONCERTO HEAVY METAL, MORTI 3 MEMBRI BAND.
(AGI/REUTERS/AFP)

Colombus (Ohio), 9 dic. - Strage a un concerto heavy metal in Ohio. Un ragazzo e' saltato sul palcoscenico di un locale di Columbus durante l'esibizione dei 'Damageplan' e ha cominciato sparare prima sui membri della band e poi sul pubblico. Alla fine, quando un agente di polizia ha sparato all'aggressore e lo ha ucciso, sul terreno sono rimaste cinque persone, tra cui 'Dimebag' Darrell Abbott, chitarrista del gruppo ed ex membro dei 'Pantera' un gruppo trash metal che nel 1994 scalo' le classifiche americane con 'Far beyond driven' ed ebbe una candidatura ai 'Grammy'.
Secondo la ricostruzione fatta dai testimoni e dalle forze dell'ordine, Nathan Gale, 25 anni, e' balzato sul palcoscenico e ha preso di mira per primo proprio Abbott. In un primo tempo gli spettatori hanno pensato a una messa in scena, parte del concerto, ma quando Gale ha aperto il fuoco contro i 200 dell'Alrosa Villa club si e' scatenato il panico. L'aggressore ha sparato sedici colpi e ucciso un altro membro della band oltre ad Abbott, prima di essere colpito a morte. (AGI) -
091727 DIC 04

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chacka
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posted 13 November 2004 13:16     Click Here to See the Profile for chacka   Click Here to Email chacka       Reply w/Quote


Usa not Usa, that's tha question brother..

http://www.sorryeverybody.com/

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franko
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posted 05 November 2004 15:19     Click Here to See the Profile for franko       Reply w/Quote


“NON POSSO CREDERE CHE PERDERÒ CONTRO QUESTO IDIOTA DI BUSH”

Quando ad aprile, un mese dopo che Kerry aveva ottenuto la nomination democratica, Bush salì nei sondaggi dopo una conferenza stampa che era stata derisa da tutta la stampa e dalle elite chiacchierone e perdenti, John Kerry sospirò rassegnato e disse: “Non posso credere che perderò contro questo idiota”.

L’edizione di “Newsweek” uscita ieri in America contiene interessanti retroscena sulla campagna elettorale dei due candidati. In particolare il magazine rivale di “Time” si concentra sullo sfidante sconfitto, John Kerry, seguito per oltre un anno (fin dalle primarie) da un team di giornalisti del settimanale.

Il risultato è uno sguardo dietro le quinte di uno straordinario evento e un aiuto non irrilevante alla comprensione dei motivi della sconfitta. Una sconfitta alla quale forse Kerry era da tempo rassegnato.

Se c’è una cosa che si può intuire dal racconto di “Newsweek, è che lo staff di Kerry è stato spesso dominato dall’incertezza. Sugli uomini da scegliere, le posizioni da prendere, le azioni da intraprendere.


Il tentativo di arruolare John McCain, il senatore repubblicano cui Bush soffiò la nomination del partito quattro anni fa giocando sporco, ad esempio.

Pare che nell’agosto del 2003, prima ancora delle primarie, Kerry offrì all’amico ed ex commilitone in Vietnam di correre come un ticket unico, ma McCain rifiutò. Dopo aver ottenuto la nomination il senatore tornò alla carica, arrivando ad offrirgli non solo la vicepresidenza, ma anche il ruolo di segretario alla Difesa e il controllo sulla politica estera.

Un’ipotesi talmente folle che McCain esclamò: “Sei fuori di testa! Non so neanche se è costituzionale”. Kerry rimase deluso e furioso: “Perché cazzo non ha accettato?”, si chiedeva, “Dopo quello che il clan di Bush gli ha fatto”.


Anche il ruolo degli uomini di Clinton è controverso. Da un lato si racconta della decisione presa sopra la testa dei maggiori consiglieri di dare spazio agli assistenti dell’ex presidente. Dall’altro, Kerry ha deciso di non seguire un consiglio di Bill che poteva rivelarsi decisivo: quello di sostenere il bando ai matrimoni gay sul quale votavano molti elettori, compreso l’Ohio, e che è passato in tutti gli stati dove è stato presentato.

Kerry ascoltò rispettosamente – racconta “Newsweek” - poi disse ai suoi assistenti: “Non lo farò mai…”.

Grandi indecisioni anche su come rispondere all’attacco degli Swift Boat Veteran, gli ex commilitoni che contestavano l’eroismo di Kerry in Vietnam. Il candidato era furioso, si sentiva pugnalato alle spalle e voleva reagire con fermezza. Ma il suo staff (commettendo un errore forse fatale), decise di restare in silenzio pensando che rispondere a quegli attacchi avrebbe solo dato loro dignità.

Kerry si calmò solo quando si decise di controbattere, ma intanto il danno era fatto.


Ultime rivelazioni, su Teresa, la moglie di Kerry.

Che la donna fosse una palla al piede per mille motivi era chiaro a tutti. Ma la novità era che anche lo staff del senatore aveva con lei grandi difficoltà. Pare che l’erede del ketchup si sia presto rivelata – tra le molte stranezze – anche ipocondriaca, cancellando, tra l’altro, all’ultimo minuto tre voli ad ottobre, nel pieno della campagna, per dei malesseri non meglio specificati.

Il primo responsabile della campagna di Kerry, James Jordan, la detestava talmente tanto che non poteva trattenersi dallo scrivere furibonde email contro la potenziale first lady.
E-mail che ovviamente finivano nelle mani dei gongolanti responsabili della campagna elettorale di Bush, tra cui Bob Shrum, vecchio amico di Teresa.
Poteva mai vincere?


Dagospia 05 Novembre 2004

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kaos
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posted 04 November 2004 18:42     Click Here to See the Profile for kaos       Reply w/Quote


M.O.: BUSH, MORTE ARAFAT -DIO BENEDICA LA SUA ANIMA
Washington, 4 nov. (Adnkronos) - ''Dio benedica la sua anima'': cosi' George Bush ha commentato la notizia della morte di Yasser Arafat rispondendo ad una domanda durante la conferenza stampa a Washington. ''Continueremo il piano di pace'' ha aggiunto.
(Ses/Zn/Adnkronos)
04-NOV-0417:52

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posted 03 November 2004 17:57     Click Here to See the Profile for PRESS   Click Here to Email PRESS       Reply w/Quote


Il verdetto finale legato al calcolo dei voti provvisori nello Stato del nord

Kerry ammette la sconfitta, Bush verso la rielezione



E alla fine John F. Kerry ha gettato la spugna. Dopo un'intera giornata vissuta sul filo di lana, il candidato democratico ha telefonato al presidente uscente George W. Bush per ammettere la sconfitta. Un'uscita attesa dai repubblicani e che dovrebbe, ma il condizionale d'obbligo, vuotare di senso la battaglia legale che si stava per ingaggiare sull'Ohio, lo stato che non ha ancora assegnato i suoi 20 grandi elettori. La Casa Bianca, da parte sua, non ha dubbi: Bush ha vinto, il vantaggio di cui gode in Ohio è «statisticamente insormontabile».



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CorriereDellaPera
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posted 03 November 2004 12:38     Click Here to See the Profile for CorriereDellaPera   Click Here to Email CorriereDellaPera       Reply w/Quote


Bush ottimista sulla vittoria. Democratici: si conta fino all'ultimo

Ancora una volta un esito che si decide sul filo di lana. E che rischia di costringere all'ennesima riconta dei voti. L'attenzione dei due candidati è tutta puntata sull'Ohio stato che con i sui 20 grandi elettori è di fatto decisivo. Nell'Ohio infatti il divario tra i due candidati con il 100% dei voti scrutinati è di 136.219 voti in favore di Bush. Ora bisogna capire se il distacco tra il presidente George W. Bush e Kerry in Ohio sia inferiore ai voti provvisori espressi (circa 250.000, secondo i democratici, e solo 130.000 per i repubblicani, voti che appartengono a cittadini che al momento dell'ingresso nel seggio non risultavano ancora inseriti nelle liste elettorali) ma che bisogna decidere se contare. Secondo il segretario di Stato dell'Ohio Ken Blackwell, devono passare comunque 11 giorni perchè quei voti siano contati.

I VOTI PROVVISORI -
Il destino del voto presidenziale americano potrebbe essere quindi legato ai cosiddetti «voti provvisori» dell’Ohio che devono essere ancora scrutinati e controllati. I «voti provvisori» sono una misura di sicurezza che l’ultima riforma elettorale ha previsto per gli elettori che, recatisi alle urne, non trovino il loro nome registrato sulle liste elettorali. In questo modo l’elettore può esprimere comunque il suo voto che verrà convalidato solo in un secondo momento quando sarà stato appurato per quale motivo il suo nome non figurava nella lista elettorale. Le schede provvisorie, per legge, non possono essere scrutinate che 10 giorni dopo la data del voto. La riforma che ha portato all’introduzione del "voto provvisorio". si è resa necessaria dopo gli inconvenienti registratisi nelle elezioni del 2000, quando secondo le stime più diffuse circa a un milione di persone non fu consentito di votare per sbagli degli scrutatori, incompletezza delle liste o altri errori. Il numero dei voti provvisori espressi in Ohio è considerato superiore ai 136.219 voti che il presidente Bush ha sullo sfidante Kerry. Teoricamente, quindi, il conteggio dei voti provvisori potrebbe dare la vittoria in Ohio a Kerry, garantendogli i 20 voti elettorali decisivi per andar alla Casa Bianca.

IOWA - Problemi anche nell'Iowa dove i risultati ufficiali del voto non saranno certificati fino al pomeriggio di oggi secondo il fuso orario italiano. Lo hanno deciso le autorità dello stato dopo che sono stati riportati alcuni problemi in alcuni seggi alle macchine punzonatrici. Alla base della decisione delle autorita’ vi sarebbe anche il timore di compiere un errore a causa della stanchezza. Al momento, il presidente Bush è in leggero vantaggio in Iowa con il 50% dei voti contro il 49,2% di Kerry. Si tratta di circa 3000 voti. L’Iowa attribuisce 7 voti elettorali.

NEW MEXICO - Neppure in New Mexico, come in Ohio e nello Iowa verrà per il momento proclamato un vincitore, nello Stato, del duello presidenziale. Lo ha indicato Rebecca Vigil-Giron, il segretario di Stato del New Mexico, oggi a Santa Fe. Con il 99% delle schede scrutinate, Bush è in testa di solo 1.000 voti circa e il numero delle schede sub judice sarebbe nettamente più elevato. Il presidente ha ottenuto il 50% dei voti (oltre 317.000), il suo avversario il 49% (circa 316.000 voti). Il New Mexico attribuisce 5 grandi elettori.

LA NOTTE ELETTORALE - Sono stati gli exit poll a tracciare nella notte, ora dopo ora, il quadro del voto per l'elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Quelli globali danno inizialmente in vantaggio Kerry. Poi vengono corretti a favore di Bush. Che, quando in Italia sono le 4 del mattino, annuncia: «Sono ottimista, credo che vincerò e sarà una serata entusiasmante». Controbatte Joe Lockhard, portavoce di Kerry: «Abbiamo dati positivi e mancano le contee a noi favorevoli». I dati locali dei singoli compongono, ora dopo ora, la mappa dei risultati provvisoria, in attesa dello spoglio effettivo delle schede. Resta comunque un dato certo e sicuramente nuovo per gli Stati Uniti: la grande affluenza degli elettori che in molti casi hanno affrontato lunghe file per arrivare al seggio.

CHIUSE URNE OVUNQUE - Alle 7 (ora italiana) chiuse le urne in tutti gli Stati e nel Distretto di Columbia. Secondo gli exit poll al momento a Bush vanno 28 Stati per un totale di 254 voti elettorali. A Kerry vanno 20 Stati per 252 voti elettorali. La Florida è stata vinta nettamente da Bush e ora è saldamente in mani repubblicane.Come detto prima decide l'Ohio, dove però quando mancano circa il 7% dei voti da scrutinare, il presidente avrebbe un vantaggio abbastanza sicuro, ma Kerry non ha ancora amesso la sconfitta a causa della questione dei voti provvisori.
In Colorado l'emendamento 36 per passare dal maggioritario al proporzionale non sarebbe stato approvato. In Maryland, Virginia, Pennsylvania e nel Distretto di Columbia gli elettori ancora in fila al momento della chiusura hanno potuto votare. Lo ha deciso la commissione elettorale dei rispettivi Stati. In Pennsylvania le operazioni di voto sono stare prorogate di un'ora e mezza. Operazioni di conteggio ritardate in New Hampshire per il grande afflusso di votanti. «Sono rimasto estremamente sorpreso per la straordinaria affluenza alle urne, soprattutto tra le fila dei giovani. Era quello che voleva anche Kerry», dice il senatore Ted Kennedy alla Cnn.



STATI IN BILICO - Il voto si è svolto senza grandi contrattempi, dove i repubblicani avevano avuto il diritto di inviare attivisti nei seggi per contestare la regolarità delle iscrizioni dei nuovi elettori. «Le cose ai seggi sono andate molto più fluidamente di quanto temuto», ha detto Myron Marlin, portavoce del partito democratico in Ohio. Gli exit poll dei principali network televisivi danno la vittoria a Bush. Ma Cnn, sugli stati più incerti, gli exit poll non li offre, non fa nemmeno proiezioni. Manda in onda solo il dato reale delle schede scrutinate, via via aggiornato. Senza che al momento non ci sia ancora un chiaro vincitore.

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posted 02 November 2004 18:57     Click Here to See the Profile for PRESS   Click Here to Email PRESS       Reply w/Quote


La battaglia della Florida

di Hélène Vissière da Le Point

Lo psicodramma del 2000 si abbatte ancora sullo Stato che fu teatro di un pasticcio elettorale memorabile. Quattro anni dopo su Jeb Bush, fratello del presidente e governatore della Florida, incombe il dubbio che non abbia ripulito il sistema elettorale e che abbia manovrato le operazioni a sostegno del fratello per garantirne la rielezione. Jeb Bush, come nel 2000, potrebbe essere l’uomo che fa la differenza.


Sono già le 23, ma la coda non cessa d’allungarsi. Tra un’ora avrà luogo la chiusura delle iscrizioni alle liste elettorali in Florida e sono decine a precipitarsi all’ultimo minuto al dipartimento delle elezioni del comitato di Miame Dade per riempire il lungo modulo. Molti parlano appena l’inglese e votano per la prima volta. C’è Sonia, cubana, 22 anni: “Mi hanno convinta che il mio voto poteva fare la differenza.” Jack un cinquantenne burbero pro Bush: “Non ho mai votato in vita mia. Ma stavolta, la posta è troppo alta, bisogna mettere la persona giusta alla Casa Bianca”. O Madge, una manager nera di un fast-food che non si è mai interessata alla politica ma che vuole “cambiare le cose”. Voterà per Kerry.

Quattro anni fa, la Florida ha fatto pendere la bilancia quando Bush è andato in testa contro Al Gore con 537 voti su 6 milioni circa di suffragi. Da qui una battaglia giuridica memorabile, perché milioni di decine di schede non furono scrutinate. Si è giocato tutto qui, nella contea di Miami Dade. I democratici volevano assolutamente un nuovo scrutino dei voti. I repubblicani hanno fatto di tutto per impedirlo, fino ad assediare il dipartimento elettorale dove i voti furono contati e ricontati a mano, senza l’occhio delle televisioni di tutto il mondo. Dopo trentasei giorni di peripezie rocambolesche, la Corte suprema ha chiuso l’operazione e proclamato la vittoria di George Bush.

Il 2 novembre, la Florida rischia di dover decidere di nuovo chi sarà il locatario della Casa Bianca. Il “Sunshine State”è il più grande e i due candidati sono in un testa a testa.

L’incognita del voto spagnolo
Il guazzabuglio elettorale del 2000 ha lasciato un trauma profondo e un'atmosfera di odio feroce. Simbolo di una Florida divisa a metà è l’Holligan, un bar di sportivi. La sera del primo dibattito presidenziale, un cartellone all’entrata orientava i democratici a sinistra e i repubblicani a destra del bar. Un modo per evitare i tafferugli: “Le elezioni del 2000 sono state rubate. Un giorno ci prenderemo la rivincita, faremo in modo che lo scrutinio avvenga in modo corretto, e vinceremo” assicura Ray Zeller, presidente del Partito democratico di Miami, capelli tinti e fede in vista. Dichiarazioni che fanno scattare i repubblicani: “Non abbiamo rubato niente, grida Rudy Garcia, direttore della campagna elettorale di Bush a Miami. Non ho mai visto tanta mobilitazione repubblicana lavoriamo a tutto spiano per vincere ancora”. Questo piccolo buonuomo grassoccio è al culmine dell’esasperazione. Un centinaio di sindacalisti sventolando la bandiera di Kerry. Hanno fatto irruzione questa mattina nel quartier generale spingendo gli impiegati. “Miami Dade è una delle contee più contese e quindi più calde. Ma un comportamento del genere è totalmente antidemocratico.”

I fratelli nemici concordano almeno su un punto: nessuna voglia di rivivere lo psicodramma del 2000. All’improvviso le due parti si attivano freneticamente per conquistare elettori. Hanno aperto servizi permanenti, reclutato un esercito di volontari a presidio della città, alcuni con incarico porta a porta, altri con phoning. Organizzano anche il trasporto ai seggi. Jeanne (“come un uragano” precisa), una militante democratica di 84 anni risalita come un pendolo, è una di quelle formiche di choc “furiosa, annientata dopo il colpo di Stato delle elezioni del 2000. I repubblicani hanno infinocchiato lo scrutinio, stanno riprovandoci oggi, ma non glielo permetteremo.”

Da mesi, questa donna dalle guance rosa, si dimena a registrare da sola 25.000 nuovi elettori nelle liste elettorali. Fa anche porta a porta per distribuire cartelloni di Kerry. “Ne ho dati due a O.J.Simpson !” dice ridendo.
L’azione a mille di Jeanne si è rivelata efficace. Un milione di nuovi elettori iscritti.
Per chi voteranno? Hanno iniziato a votare, perché la Florida fa parte dei 17 Stati dove l’elezione è iniziata questa settimana. E’un bel mistero. La battaglia per la Florida si rivela particolarmente aspra, visto che nessun partito è più veramente sicuro di queste basi tradizionali.
Soprattutto tra i 3 milioni di spagnoli che seguono logiche curiose durante il suffragio. Un esempio è quello degli abitanti di Haiti che hanno sostenuto Al Gore nel 2.000. Oggi, a secondo che si sia partigiani o meno al ritorno di Aristide, si vota per Kerry o per Bush.

Al “parco dei domino” nella Little Havana, decine di anziani cubani esiliati si ritrovano tutti i giorni per giocare al loro gioco preferito. Sono tutti ferventi repubblicani che sperano di destituire Castro. A Tony, 76 anni, non mancano certo le parole. “Bush è forte, tiene testa a Castro, mentre i democratici sono dei pappamolle.” Ci sono delle fessure nel blocco cubano, che rappresenta poco più della metà degli elettori spagnoli, contro l’80% del 2000. In giugno, l’amministrazione Bush ha imposto delle restrizioni che limitano i viaggi a Cuba 8 (per tre anni). Una misura che irrita gli ultimi arrivati delle famiglie che vivono sull’isola. “Voterò per Kerry perché sono contraria alle restrizioni. Un mio amico non ha più potuto neanche salutare sua madre” dichiara José Desvergurat, 46 anni, taxista.

Le scaltrezze di Bush
Quanto ai neri, grandi vittime dello scrutinio del 2000, non sembrano mobilitarsi come previsto. Quattro anni fa il governatore Jeb Bush, fratello del presidente, e la sua amministrazione hanno usato qualsiasi astuzia per impedire all’elettorato democratico di votare. Più di 20.000 persone sono state radiate dai registri elettorali perché il loro nome figurava per sbaglio nel registro dei condannati penalmente privati di diritti civili in Florida. I seggi nei quartieri neri hanno registrato l’invalidità delle schede tre volte.

E perciò, anche se il numero degli iscritti nelle liste elettorali è aumentato del 12% “molti di noi sono scoraggiati e disgustati dal 2000 e bisogna spronarli a votare”, riconosce Nathaniel Wilcox, che dirige Pulse, un’organizzazione che difende i diritti delle persone di colore dell’Overtown, uno dei quartieri miserabili del centro di Miami “Kerry ci considera dalla sua parte, ma si sbaglia, perché un’alta percentuale di neri voterà probabilmente per Bush perché contraria all’aborto e al matrimonio gay”. I repubblicani l’hanno capito bene. Per la prima volta fanno propaganda su WMBM, una radio nera.

E visto che la situazione in Florida non era già abbastanza caotica, il cielo se n’è fregato. L’onda di uragani che si è abbattuta in meno di due mesi sul Sunshine State ha fatto dimenticare per un attimo le preoccupazioni politiche. A Miami, sulla celebre spiaggia di South Beach, molti appartamenti sono ancora barricati da tronchi d’albero. Più a nord, il paesaggio è invaso da teloni blu che coprono tetti scoperchiati. Spiriti maligni hanno fatto notare che le contee più coinvolte sono state quelle dei feudi repubblicani. Forse il dito di Dio… Ma gli uragani sono serviti senza dubbio a Bush. Nell’arco di sei settimane, è venuto cinque volte in Florida e ha promesso un aiuto urgente di 12 milioni di dollari.
Oggi la campagna è ancora al centro dell’attenzione. Ma, a qualche giorno dal giorno J, gli abitanti della Florida si mostrano sempre più scettici sulla trasparenza del loro processo elettorale. La nuova lista dei delinquenti esonerati dal voto ha fatto scandalo. 22.000 neri contro solo 61 spagnoli!

Un'altra manovra: Jeb Bush ha fatto di tutto per favorire la candidatura di Ralph Nader, sperando che come nel 2000 faccia piazza pulita sui democratici. Per non parlare delle macchine per votare, palmari che non rilasciano alcuna ricevuta scritta.
“Queste macchine sono costate una fortuna, non sono affidabili e la gente non si fida”, sintetizza Lida Rodigruez-Taseff, presidente della Miami-Dade Election Reform Coalition, un gruppo indipendente di giuristi. “ I problemi della Florida sono senza dubbio peggiori rispetto a quelli del 2000, ma meno visibili, perché le manipolazioni avvengono in modo più sottile. Ad esempio, alcune domande d’iscrizione sulle liste sono state tamponate il 5 ottobre, mentre la scadenza era il 4! La gente non avrebbe potuto votare. E’ davvero incredibile, un crimine perfetto”, dice estasiata. Risultato, prima ancora dell’apertura dei seggi elettorali, i ricorsi si moltiplicano.
“ Non posso criticare il sistema, altrimenti gli elettori non avranno più fiducia e non andranno più alle urne” si difende il democratico Ray Zeller. Le due parti hanno previsto l’eventuale invio di avvocati nei seggi elettorali.

Jimmy Carter, lui, non si vanta. Accusa il governi della Florida “pratiche elettorali fraudolente o scappatoie” e prevede un disastro come nel 2000. Ci si conosce. Il Carter Center si prende gioco de
gli osservatori in tutte le elezioni a rischio del terzo mondo!

La regola dei grandi elettori
Il 2 novembre, gli americani non voteranno direttamente per Bush o per Kerry. E’un collegio di grandi elettori, eletti stato per stato, che elegge formalmente il presidente. In ogni stati, dunque, si vota per una lista di grandi elettori a favore di questo o quel candidato. La lista del candidato va in testa, anche per un pugno di voti, fa razzia di tutti i grandi elettori dello stato in questione.
E’ la regola del “winner takes all” (chi vince prende tutto).

Dai sondaggi del New York Times, Bush può già contare su 213 voti di grandi elettori negli stati acquisiti o dalla sua parte e Kerry su 221. Ce ne vogliono 270 per vincere l’elezione presidenziale. Dunque, alla fine la battaglia si giocherà nei “swing states”, cioè quelli che possono cambiare bandiera da un momento all’altro. Rappresentano un totale di 104 grandi elettori.

In ordine decrescente, gli swing states che faranno la differenza il 2 novembre sono: la Florida, la Pensilvania, l’Ohio, il Minnesota, il Wisconsin, il Colorado, l’Iowa, l’Oregon, il Nuovo Messico, il New Hampshire D.A.

Jeb Bush: il fratello come rinforzo
In Florida c’è un altro Bush. Jeb, 51 anni, è ancora molto popolare. Rieletto nel 2002 governatore a grande maggioranza. Un doppio exploit, visto che è la prima volta che un governatore repubblicano ottiene un secondo mandato in Florida. Tutto questo a soli due anni dall’incredibile guazzabuglio dell’elezione presidenziale che ha suscitato l’odio dei democratici, che l’hanno accusato di aver fatto di tutto per favorire l’elezione di suo fratello maggiore.

Nella famiglia Bush, pare che Jeb abbia ereditato dal padre la fibra presidenziale, più del fratello. Oggi, si presenta con ambizioni politiche, ma non si può dire con certezza che gli americani vogliono un terzo Bush alla Casa Bianca.

Dopo una carriera decisamente lucrativa in campo immobiliare grazie alle relazioni di papà, Jeb Bush si è lanciato in politica ed è stato eletto governatore della Florida nel 1998 grazie al voto degli spagnoli a lui molto vicini. Ha sposato una messicana (così si spiega il suo spagnolo impeccabile) e tre figli, tra cui una figlia nota alla cronaca per i suoi rapporti con la droga.
Deve la sua popolarità soprattutto alla sua politica economica e alla riduzione delle tasse. La Florida ha tratto beneficio dai favoritismi della Casa Bianca, anche se l’ha sempre negato.

I quattro uragani che si sono di recente abbattuti sulla regione hanno incrementato ulteriormente la popolarità di Jeb Bush. Si è visto ovunque in Tv tra i rifugiati mentre portava aiuto e prometteva nuovi incentivi. Più dell’80%degli elettori ha condiviso la sua performance, incrementandone la popolarità dal 54 al 61%.

Ma le critiche, placatesi al tempo delle tempeste, sono tornate in auge. A quattro anni dal caos dello scrutinio del 2000, viene accusato di non essere stato in grado di ripulire il sistema elettorale. Viene altresì accusatodi tutte le manovre a sostegno del fratello per garantirne la rielezione. Jeb Bush, come nel 2000, potrebbe essere l’uomo che fa la differenza alle elezioni.

Fonte: http://www.lepoint.fr/monde/document.html?did=154197
Traduzione di Valeria Pierri per Nuovi Mondi Media
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Fonte:www.nuovimondimedia.com


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